È venerdì sera di una lunga settimana newyorchese, ma oggi finalmente inauguro il traguardo dell’intervista numero 16! Quindi, arrotondando per eccesso, secondo i miei calcoli, in men che non si dica sarò arrivata a 20 🙂

Scherzi a parte, trascrivere tutte le registrazioni è un gran lavoro, faticoso, ma allo stesso tempo appagante, perché è bello riascoltare le risposte delle persone che si sono sottoposte volontariamente a questa dolce forma di tortura.

Oggi in particolare sono molto contenta di poter pubblicare questo pezzo, perché Francesca, raccontandomi della sua esperienza di vita a New York, mi ha dato l’opportunità di parlare di un quartiere di Manhattan che mi piace davvero moltissimo: Harlem, per essere più precisi West Harlem.

Questa neighborhood, dopo la guerra civile americana e l’abolizione della schiavitù del 1865, con l’Harlem Renaissance, il jazz, il periodo turbolento delle ribellioni per i diritti civili degli anni ’60, e la sua (a volte stridente) vicinanza con una delle università più prestigiose al mondo, la Columbia, ha segnato non solo la storia solo di questa città, ma anche quella di tutti gli Stati Uniti.

Prima di lasciarvi alla lettura, un’ultima nota. Mi sono ispirata alle parole di Francesca per la scelta delle foto che accompagnano questo articolo. Il tema portante, come vedrete, è il senso di community che si respira ad Harlem, che è fatto di orti e giardini comunitari, spazi verdi condivisi e iniziative di inclusione artistiche e sociali. Un’atmosfera rara da trovare nel caos di Manhattan. Ma bando alle ciance! Enjoy!

“The more you give, the more you grow”, dettaglio di murale realizzato da Creative Art Works.

La mia prima volta a New York è stata 10 anni fa. Studentessa di medicina, sono venuta alla Columbia per la mia tesi in psichiatria. All’epoca vivevo a East Harlem e sono rimasta solo 4 mesi. Ma nei primi 10 giorni in cui ero qui, il destino ha voluto che conoscessi quello che sarebbe diventato poi mio marito. Dove ci siamo incontrati? Esiste luogo più iconico di Central Park? Mi ero miseramente persa dopo aver fatto la fila per prendere i biglietti di Shakespeare in the Park, quando ho incontrato lui, un musicista americano. Non ci siamo più lasciati e oggi abbiamo una bellissima bimba, Stella.

Io non sono molto lontana dal George Washington Bridge e la passeggiata che faccio spesso lungo l’Hudson – anche in bicicletta – e che porta verso The Little Red Lighthouse ( a cui hanno anche dedicato un libro) è di una bellezza e tranquillità unica. E lungo il tragitto ci sono tanti parchetti con giochi per bambini.

Per me New York è casa.

Ed è un grande esperimento sociale. Mi spiego meglio. In questi anni ho notato che le persone che si trasferiscono qui sono quasi tutte spinte dalla voglia di arricchirsi e arricchire la città (anche non soltanto in senso economico) per poi però andar via. È come se tutto fosse mosso da una logica di breve termine e non da una vera continuità, permanenza, e questo secondo me si riflette anche sulla qualità delle relazioni sociali.

E poi, per concludere, New York è libertà. Non mi sono mai sentita così libera in nessun altro posto al mondo. Ma c’è uno scotto da pagare, che è il rovescio della medaglia se vuoi: c’è anche tanto individualismo, sofferenza e solitudine.

Un’altra iniziativa bellissima, Harlem Grown, un progetto di Tony Hillery.

Tantissimo. Aver la possibilità di vivere e di fare carriera a New York mi fa sentire davvero fortunata.

A parte le persone, mi mancano il cappuccino e la brioche al bar! E io cerco di rimediare come posso andando a fare colazione da Elena e Matteo di Pasta Italia. Mi manca anche il modo con cui noi in Italia viviamo l’ospitalità, il tempo, le relazioni sociali, il condividere i pasti, la calma. Qui è sempre tutto di fretta. E per ultimo mi manca anche il fare senza per forza entrare in competizione, ma semplicemente per la bellezza dell’esperienza o per il divertimento.

Foto di un raccolto di mezza estate ad Harlem Grown.

Mi vedo a New York. La cosa positiva è che in questi anni sono riuscita comunque a tornare in Italia abbastanza regolarmente e a passare tempo con la mia famiglia e gli amici, che sono le mie radici. Però vorrei crescere mia figlia qui, nel mio quartiere.

Vivrei qui. A me piace il senso di comunità che si respira ad Harlem. Tutti gli inquilini del mio palazzo sono ispanici, di Santo Domingo, Cuba, Messico. Mi sa che mi dovrò mettere a studiare lo spagnolo!

Forse a Times Square e Midtown, troppo incasinate.

Vado a mangiare la pizza da Sottocasa ad Harlem. E da Song’ e Napule.

Un altro murale di Creative Art Works, questa volta su Adam Clayton Powell Blvd.

Non ne frequento tantissimi, perché non ricerco necessariamente amici italiani. I miei rapporti sociali arrivano principalmente dalle mamme del parchetto che vedo praticamente tutti i giorni. E quando inizia il freddo, una volta a settimana ci si ospita a vicenda, così ci si ritrova. E un rituale molto bello, specialmente perché molti dei nostri bimbi sono figli unici.

Come ti dicevo prima, la ciclabile per arrivare a The Little Red Lighthouse, il Riverbank State Park, dove organizzano un sacco di attività e corsi e ci sono anche gli orti urbani per insegnare ai bambini a coltivare e a prendersi cura delle piante.

Parlando di cibo, invece, i tacos più buoni li ho mangiati da 4 Brothers Food Market and Deli. È un posto molto semplice, dove si fermano tutti i delivery boy ispanici che passano in zona (e questo già dice tanto) e che il venerdì sera mette musica e si anima!

Parlando di negozi, Book Culture è una libreria fantastica. Come museo mi piace molto lo Sugar Hill. E poi adoro l’High Line e il Chelsea Market.

Vado spesso a City Island e a Orchard Beach. E poi a Sleepy Hollow, non soltanto per Halloween.

Ronald Draper sui muri della PS180, una scuola pubblica di Harlem.

Tipo sei italiana e quindi te ne intenderai sicuramente di cibo? Ma non è forse anche un po’ vero?

Gli consiglierei di indossare scarpe da ginnastica e di camminare tantissimo! Di percorrere Manhattan da nord a sud e vedere come si trasforma quest’isola da quartiere a quartiere. Tante piccole città racchiuse in una sola. Incredibile!

Più che un quartiere, ti direi tutta la zona di Upstate, che vorrei conoscere meglio.

Mio scatto di una foto bellissima di Mark Clennon, che era in mostra allo Schomburg Center.

Galit Atlas che è una psicoanalista e vive a New York. Ecco, qui in città girano tanti cervelloni. Una volta alla Columbia mi sono trovata sull’ascensore non con uno, ma con ben due Premi Nobel! Pensa ai discorsi che avremmo potuto fare 🙂

Quando mi oriento senza Google Maps per la città e quando cammino sulla banchina della metropolitana prima che arrivi il treno, in direzione Uptown o Downtown – a seconda di dove sto andando – per portarmi avanti e risparmiare tempo nel momento in cui dovrò scendere.

Grazie Francesca!

Un po’ della New York di Francesca.