Non mi era mai capitato di intervistare una giornalista, ma nella vita c’è sempre una prima volta e la mia si chiama Marina. Sedute a un tavolino del Caffè Coppola, per una volta i ruoli si ribaltano: non è lei a fare domande, ma a rispondere alle mie, raccontandomi la sua New York. Marina mi porta con sé su un vagone della metropolitana tra I guerrieri della notte, su una spiaggia che sembra uscita da un film di Gus Van Sant, in una scena di Blade Runner e tra i suoi “strani” del West Village, il quartiere che tanto ama.

A voi la sua New York. Buona lettura!

Al Caffè Reggio, come in un film.

27 anni a New York

Sono arrivata a New York nel 1999, quindi ventisette anni fa. Anche se mi sembra sia passato molto meno: fino al 2011 ho continuato a trascorrere lunghi periodi in Italia, per poi stabilirmi qui definitivamente.

Quando mi sento overwhelmed vado a Chinatown. È paradossale che la mia mente si svuoti proprio in uno dei quartieri più rumorosi della città, eppure funziona: quando non capisco più il senso delle conversazioni intorno a me, riesco finalmente a concentrarmi sui miei pensieri.

Se invece ho bisogno di staccare davvero, vado a Fort Tilden, oltre Rockaway Beach. L’odore del mare, le dune, il vento, il rumore delle onde mi rilassano completamente. Per arrivare alla spiaggia bisogna attraversare un parco e, per un attimo, sembra di essere dentro un film di Gus Van Sant.

New York non è l’America e non è neanche il pianeta Terra. È un melting pot: puoi ritrovarti una sera, a Brooklyn, a casa di amici a tifare per la squadra di calcio della Costa d’Avorio e, finita la partita, uscire per andare a vedere il Super Bowl.

Molti dicono che New York sia tenuta insieme dal denaro, dal greed, da Wall Street. Per me, invece, il vero collante di questa città sono le ossessioni. Se hai un’ossessione, qualunque essa sia, qui troverai sempre qualcuno pronto a condividerla.

Non mi sento fortunata, perché per rimanere qui mi sono fatta in quattro. Non avevo il mito dell’America e quando sono arrivata non parlavo inglese. Eppure mi sono innamorata di questa città.

Washington Square Park, come dice Marina, non annoia mai.

Il legame con l’Italia

Torno in Italia tre volte l’anno, quindi abbastanza spesso. Certo, alcune cose mi mancano, ma allo stesso tempo non riuscirei più a vivere senza altre che ho scoperto qui. Per esempio, non potrei fare a meno dello shampoo indiano che compro a Jackson Heights, nel Queens.

Sul pianeta Terra. Io mi sento a casa ovunque.

Mi piace andare da Raffetto’s.

Appena arrivata frequentavo soprattutto italiani e canadesi, perché parlavo francese meglio dell’inglese. Con il tempo le cose sono cambiate. Oggi molti dei miei amici sono persone che non sono cresciute nel paese in cui sono nate o che sono state esposte molto presto ad altre culture.

New York è una città di passaggio e quando ti affezioni a qualcuno impari a mettere in conto che quell’amicizia potrebbe avere una data di scadenza. È un po’ come nella scena finale di Blade Runner: il protagonista si innamora di un replicante sapendo che il il tempo insieme sarà limitato.

Per aiutarmi a superare le separazioni ho sviluppato un mio rituale. Quando qualcuno parte, mi lascia un pezzo di sé: un tostapane, una teiera, qualcosa di piccolo. Poi, certo, si perde la quotidianità. Ma qualcosa resta.

Sono qui da ventisette anni e secondo me in passato la situazione era molto diversa. Oggi l’associazione Italia–mafia offende più gli italoamericani che noi expat. A noi, invece, toccano gli stereotipi “premium”: Italia–moda, Italia–design, Italia–cucina. Anche se quest’ultima non mi apparterrà mai: sono figlia di una donna che ha bruciato il brodo!

Quando il riflesso di una vetrina a Mott Street può teletrasportarti da Oriente a Occidente.

Marina e il suo Village

La mia casa è piccolissima, ma non la cambierei mai. Mi piace stare nel Village, scendere alle due di notte al Caffè Reggio a scrivere, fare people watching, osservare le persone passare. Il mio quartiere ha un’altissima concentrazione di “strani”: nessuno è davvero di New York e, allo stesso tempo, tutti le appartengono.

Ho abitato nell’Upper East Side senza mai innamorarmene. Non vivrei nel Financial District, perché dopo il lavoro si svuota, né a Times Square, troppo caotica.

Washington Square Park. Ci passo del tempo quasi tutti i giorni e ogni volta succede qualcosa: mi sorprende sempre, non mi annoia mai.

E poi c’è la subway. Una delle prime cose che ho fatto quando sono arrivata a New York è stata prendere la metropolitana dal Bronx fino a Coney Island, come I guerrieri della notte. È sporca, spesso un disastro. Ma la verità è che qui la prendono tutti, perché è il mezzo più pratico. La linea 7, per esempio, viene chiamata “la linea del giro del mondo”: a ogni fermata cambia l’etnia.

E poi mi piacciono tutti i posti che parlano di Giappone. Non ci sono mai stata, ma qui si può viaggiare senza uscire dalla città. C’è un quartiere per tutto.

Mi piace tantissimo andare Upstate, nella Hudson Valley, a Kingston e a Beacon.

Il Bronx. Conosco solo Arthur Avenue.

Shanghai o New York?

Consigli per turisti

Non andate nei musei! Prendete invece un bus turistico per avere una visione d’insieme di tutto quello che vi siete segnati di esplorare e poi tornate a scoprire con calma solo ciò che vi incuriosisce davvero. Salite su un ferry per guardare Manhattan dall’acqua, magari al tramonto. E camminate lungo i fiumi, senza fretta.

New Yorkers being New Yorkers.

New Yorker

Lou Reed, che ho incontrato spesso da Joe’s pizza. Martin Scorsese, Woody Allen, Jim Jarmush, David Byrne. Laurie Anderson e Beyoncé: le donne di questa città sono delle regine, si prendono tutto ciò che è loro, senza rinunciare a nulla.

Quando penso molto in fretta. New York ti abitua a un ritmo mentale tutto suo.

Quando mi rendo conto di essere estremamente tollerante: qui siamo tutti “schiacciati”, tutti vicini in spazi spesso molto piccoli e, se non impari a considerare gli altri, duri poco.

E quando non mi faccio definire da ciò che indosso. Dai newyorchesi ho imparato a vestirmi come mi piace, perché mi piace, a prescindere dalla situazione.

Grazie ancora Marina!

New Yorkers si nasce. Ma si diventa anche.