“Vivi, ti va se mangiamo qualcosa all’aperto?”. Per quest’intervista Federica mi dà appuntamento a Central Park e, mentre vado ad incontrarla pedalando, penso a quanto questo iconico parco sia – per chi vive nella parte Upper di Manhattan, l’equivalente di un giardino di casa. Non mal vero?

Io, che invece abito a Downtown, a Central Park non ci vado spesso. Di solito quando sento il bisogno di natura mi basta camminare lungo il fiume Hudson a pochi minuti da casa. Ma oggi mi fa piacere essere seduta su una panchina e circondata dagli alberi.

La città intera è in subbuglio per via di alcune manifestazioni politiche che si diramano da Times Square verso est, fino alle Nazioni Unite. New York è transennata, nervosa e in subbuglio e qui mi sembra di stare in un’oasi felice, in pausa, lontana dai rumori e dalle preoccupazioni. Sono tutta orecchie per ascoltare quel che Federica avrà da raccontarmi della sua Grande Mela. Buona lettura!

Alma Mater, il suo scettro e le signore in rosso.
  • Ciao Federica. Da quanti anni sei arrivata a New York?

Da 13 anni.

  • Tu vivi nell’Upper West Side. C’è un posto dove ti rifugi quando la frenesia di questa città ti fa mancare l’aria?

In realtà qui l’aria non mi manca mai, perché l’Upper West Side, tra Central Park e Riverside, non sembra New York. La mia via in particolare, l’85esima, è molto residenziale. C’è gente del posto e si respira aria di quartiere.

  • Se dovessi definirla in poche parole, cos’è New York per te?

Per me New York è una città dove il mio futuro non è scritto: ogni giorno potrebbe succedere qualsiasi cosa e io posso essere chi voglio. Se fossi rimasta a Milano, so che vita avrei avuto, so chi sarei stata. Qui invece la comfort zone non esiste, anche se poi inevitabilmente me ne sono ricreata una, fatta di routine e dei miei posti fissi.

Il Brooklyn Bridge, calmo come non lo si è mai visto. O come lo si poteva vedere soltanto nel 2020.
  • Quanto ti senti fortunata a vivere qui?

Tantissimo. Infatti non abbiamo ancora pensato a come faremo a tornare, quando torneremo.

  • Quanto ti manca l’Italia e cosa ti manca dell’Italia?

Mi manca andar via dalla città nei weekend. Ci andiamo lo stesso, ma facendo andata e ritorno in giornata, perché non abbiamo un posto che sia nostro dove stare. E poi mi manca la famiglia.

Due cime parallele, che si sono intrecciate nella storia di questa città.
  • Da qui a X anni dove ti vedi?

Non lo so. Sicuramente il fatto che i genitori invecchino e siano lontani ci fa riflettere e rende piuttosto chiaro dove dovremmo essere tra qualche anno.

  • Tu vivi nell’Upper West Side. Dove vivresti a New York se potessi scegliere?

Solo nell’Upper West Side.

  • Dove non vivresti a Manhattan?

A Midtown.

  • Qui a New York cerchi prodotti italiani? Se sì, dove e perché?

Sì. Io vado ad Arthur Avenue, vuoi sapere con che frequenza? Appena finisco il parmigiano!

Sono tre i posti dove faccio tappa: da Teitel Brothers dove vendono formaggio, prosciutto, fagioli borlotti e olio; poi da Biancardi’s, il mio macellaio di fiducia, con carne buona e prezzi ragionevoli; e poi da Randazzo’s Seafood, un pescivendolo vero!

Simboli che fanno subito America. E anche Baywatch.
  • Frequenti italiani sì/no e perché? Come ti sei creata il tuo circolo sociale?

Noi siamo arrivati a New York perché mio marito ha fatto un MBA alla Columbia che ci ha permesso di crearci la nostra prima rete sociale. Poi da lì tanti amici ce li siamo fatti anche attraverso le scuole dei bambini (e per Federica bisogna moltiplicare per tre!). Una nota negativa di New York è che la gente difficilmente rimane, va via dopo un po’, perché questa è una città di passaggio.

  • Torniamo a parlare di New York. C’è un negozio che ti piace particolarmente?

Mi piace andare ai sample sale sulla 28esima e 5th Avenue.

  • Il tuo posto preferito in città?

Era una volta il Boat Baisin, tra 79 e Riverside dove c’erano dei moli con delle barchette attraccate e lì, sotto ai portici, un bar stranissimo che però a me piaceva. Mio papà aveva comprato una barca in Maryland e da Rhode Island, dove l’avevamo portata, una volta era venuto a prendermi al Boat Baisin. Dopo aver dormito una notte sulla Aria’n, così si chiamava la nostra barca, che aveva la bandiera italiana, siamo andati navigando fino al ponte di Brooklyn.

  • E fuori città?

Mi piacciono le spiagge degli Hamptons, Mountain Creek a Vernon per sciare, il New Jersey in generale per fare hiking. Vorrei conoscere meglio il Sound, perché credo sia più facile farci il bagno, anche se le spiagge sono meno belle che agli Hamptons.

I cugini ricchi dei piccioni di Central Park stanno negli Hamptons.
  • Torniamo a uno dei motivi che mi hanno spinta a scrivere questo blog, cosa ne pensi tu degli stereotipi sugli italiani?

Penso che esistano e me ne accorgo ogni volta che metto la canottiera ai miei figli. Nessuno me l’ha mai detto, ma dagli sguardi degli altri, a partire da quello maestra, mi accorgo che noi italiani siamo forse gli unici a farlo! Hai mai letto “Getting Hit by Air”, l’articolo sul colpo d’aria del New York Times? Te lo consiglio, fa ridere.

  • Parliamo degli italiani che arrivano qui per turismo. Dei tuoi amici vengono a New York per pochi giorni: che consigli gli daresti?

Sicuramente li porterei a fare un giro a piedi da Brooklyn a Manhattan percorrendo il Brooklyn Bridge, scendendo fino al Financial District fino a Chinatown.

Due townhouse sulla 83esima: gemelle diverse.
  • Un quartiere che non conosci ancora bene?

Il Lower East Side.

  • Hai un/a New Yorker di riferimento?

Nessuno in particolare che mi venga in mente in questo momento.

  • Ti senti una New Yorker quando?

Quando esco con persone di culture diverse, che vengono da tutto il mondo ma che vivono qui, e io li considero amici.

Sacro e profano ad Arthur Avenue, nel Bronx.
Alcuni luoghi del cuore di Federica, in sintesi.

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