Sono le sette di sera di un lunedì ancora estivo, ma che comincia a dare i primi segni di un autunno oramai alle porte; e mentre mi accingo a trascrivere l’intervista di Donatella, un pensiero continua a ronzarmi in testa.

Ma che cosa vorrà dire poi essere newyorkese?

Se qualcuno dovesse chiederlo a me, dato che è una delle domande che faccio alle mie intervistate, che cosa risponderei io?

—-

Partiamo dalle basi. E cioè non da quel che penso io. Credo sia corretto dire che newyorkese non è solo chi è nato a New York. Newyorkese è chi incorpora e fa proprio lo stile di vita di questa città e dei suoi cittadini o alcune delle sue caratteristiche.

E che cosa vuol dire essere newyorkese per me?

Per me vuol dire andare quasi sempre di fretta, con un’agenda che si incastra al secondo. Essere una persona che fa, che si muove, che evolve. Significa anche non avere paura di reinventarsi, di ricominciare, di provare a esplorare nuovi percorsi, anche quelli più scomodi o mai immaginati. Il tutto senza lamentarsi troppo. E con un tocco di stranezza di sottofondo. Perché New York non solo dà voce, ma fa da vero e proprio megafono alle peculiarità della gente.

—-

Mando un messaggio a Donatella, che ahia!, scatta la polemica!, si è dimenticata di rispondermi a una domanda che le avevo fatto ad agosto. L’ho subito perdonata perché era in vacanza 🙂 E mentre lo faccio, su Whatsapp, mi appare la descrizione del suo profilo: “Life begins at the end of your comfort zone”. È una frase conosciuta, ma che credo la dipinga davvero a pennello.

Donatella per me è una vera newyorkese, come del resto tante altre donne che ho intervistato per questo mio progetto. Ascoltarle mi ha permesso di ammirarle ancora di più di quello che probabilmente già facevo prima.

Donatella lascia la sua Roma, il suo lavoro avviato, piomba in città con due figli già grandicelli (chissà quanti “ma sei pazza?!?” si sarà sentita dire), e ricomincia. Fa la commessa prima da Macys, poi in una gioielleria; successivamente viene assunta da uno studio legale e adesso, oltre a lavorare, frequenta un master alla Fordham, perché il suo titolo di avvocato venga riconosciuto anche qui negli Stati Uniti.

Posso solo dire una cosa: a te, cara Donatella, chapeu! E a voi invece, godetevi la sua intervista! Enjoy!

Newyorkese e la sua subway.
  • Ciao Donatella. Da quanti anni sei arrivata a New York?

Sono a New York da 5 anni. Quindi, se fai il calcolo, sono arrivata poco prima che iniziasse la pandemia. E ti dico la verità, non ero neanche così tanto felice di spostarmi qui. Amavo la mia vita romana e quando è arrivata l’opportunità di trasferirmi con la mia famiglia negli Stati Uniti, i miei due bambini avevano già 10 e 15 anni. Avevo paura che facessero fatica ad adattarsi a una nuova vita, perché la loro era un età un po’ delicata. Invece si sono trovati benissimo. Ormai il mio grande è all’università e la mia “piccola” ha 15 anni.

  • Tu vivi nell’Upper East Side. C’è un posto dove ti rifugi quando la frenesia di questa città ti fa mancare l’aria?

Io sono passata a vivere da Midtown all’Upper East Side, che è molto più pacifico e tranquillo. E, come tante altre ti hanno già detto, la vicinanza con Central Park è la mia valvola di sfogo.

  • Se dovessi definirla in poche parole, cos’è New York per te?

Oddio, questa è una domanda difficile! Come si fa a racchiudere una città come questa in una definizione? Prima di venire qui ho provato a leggere tanti libri per cercare di capire meglio il posto che (forse) avrei un giorno chiamato casa o anche solo per farmi piacere New York un po’ di più.

Il primo che mi viene in mente è quello di Paolo Cognetti, “New York è una finestra senza tende”. Ed è proprio vero se ci pensi. Spesso le finestre a New York non hanno tende, non solo in senso oggettivo, ma ancor di più in senso simbolico. La gente qui se ne frega, non ha bisogno di nascondersi per cercare l’approvazione o per paura del giudizio degli altri.

Newyorkese e il suo taxi giallo.
  • Quanto ti senti fortunata a vivere qui?

Mi sento molto grata, ogni volta che esco di casa non mi pare vero, mi sembra di vivere in un film. E il momento in cui vado al lavoro è quello in cui mi sento davvero inserita in questa città.

  • Quanto ti manca l’Italia e cosa ti manca dell’Italia?

Mi manca la mia famiglia, mia sorella, con cui ho un rapporto quasi simbiotico e che, con le mie adorate nipoti, è davvero “casa” per me, più di quanto possa esserlo un luogo fisico in Italia.

Newyorkesi e un tocco della loro eccentricità.
  • Da qui a X anni dove ti vedi?

Non lo so. Neanche tanto tempo fa ti avrei detto in Italia. Oggi invece è difficile risponderti. Mio figlio vive ad Atlanta, mia figlia è molto contenta di stare qui e probabilmente vorrà continuare gli studi in America. Per me quindi adesso ha senso stare vicino a loro, mi vedo più negli Stati Uniti che in Italia, anche se mi piacerebbe fare un po’ e un po’.

  • Tu vivi nell’Upper East Side. Dove vivresti a New York se potessi scegliere?

Probabilmente starei nello stesso quartiere, anche nello stesso edificio in cui vivo, ma a un piano più alto, per avere più vista e più luce.

  • Dove non vivresti a Manhattan?

Non vivrei più a Midtown, troppo turistica e incasinata.

  • Quando sei qui cerchi prodotti italiani? Se sì, dove e perché?

Gli unici prodotti veramente italiani che consumo sono i biscotti del mattino e l’olio. Quando riesco, ogni mese, mese e mezzo, vado da Jerry’s in New Jersey.

Newyorkese e la sua religione. Una delle millemila che esistono nella sua Grande Mela.
  • Frequenti italiani sì/no e perché? Come ti sei creata il tuo circolo sociale?

Sì, frequento tanti italiani. Per me con loro è più semplice riuscire a costruire legami molto profondi in poco tempo. La Scuola d’Italia è stata fondamentale per la costruzione del mio circolo sociale in città.

  • Torniamo a parlare di New York. Un posto che ti piace particolarmente?

Central Park, in pole position, è stato il posto che mi ha fatto più innamorare della città e che – soprattutto all’inizio, quando mi mancava casa – mi aiutava a rimettere tutto in prospettiva. E poi il Moma. Mi piace tanto andarci, anche in pausa pranzo: l’edificio, le vetrate, il museo in sé, è tutto bello.

  • E fuori città?

A volte mi piace andare a camminare col cane vicino al George Washington Bridge, dove ci sono dei bellissimi percorsi immersi nella natura. E poi i Finger Lakes e Montauk, che amo, perché mi piacciono i punti di fine di qualcosa. Montauk is the end of the world, isn’t it?

Newyorkese e il suo (immenso) cane newyorkese.
  • Torniamo a uno dei motivi che mi hanno spinta a scrivere questo blog, cosa ne pensi tu degli stereotipi sugli italiani?

Mi è capitato di esserne vittima, in particolare di uno: ok, può essere che noi italiani gesticoliamo. Ma quando ci fanno il verso, esagerando, mi dà un po’ fastidio.

  • Parliamo invece degli italiani che arrivano qui per turismo. Dei tuoi amici vengono a New York per pochi giorni: che consigli gli daresti?

Forse non andrei al Met, non perché non sia un bel museo, ma perché privilegerei l’arte moderna e americana a quella più antica. Quindi darei precedenza, dovendo scegliere, al Moma e al Whitney.

Consiglierei anche di vedere New York dall’alto e in questo caso il mio posto preferito è The Edge. E poi gli direi di camminare a più non posso, di perdersi nelle vie di questa città, evitando quelle troppo turistiche e battute. Times Square e la 5th Avenue sono dei posti iconici, e io ci andrei, sì, ma senza passarci troppo tempo.

E poi non mi perderei mai uno degli spettacoli in programma, non necessariamente a Broadway. Recentemente sono stata al Town Hall per la presentazione di un libro e la serata mi è piaciuta tantissimo.

  • Un quartiere che non conosci ancora bene?

Senz’altro Brooklyn.

Newyorkese e il suo Halloween. 365 giorni l’anno.
  • Hai un/a New Yorker di riferimento?

Recentemente ho intravisto Woody Allen nell’Upper East Side ed è il newyorchese per eccellenza se vuoi.

  • Ti senti una New Yorker quando?

Quando vado al lavoro. E quando esco dal lavoro. E poi quando mi capita di fermarmi a bere qualcosa con la mia collega del cuore prima di tornare a casa. Ecco, in queste situazioni mi sento davvero inserita nella città.

Grazie Donatella!

Un po’ della New York di Donatella.

Trending

Scopri di più da Dimmi di New York

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere