Mi incontro con Giulia alle 9:30 di una fredda mattina di febbraio.
Ci vediamo da Matchaful sulla 54esima. Io arrivo in bicicletta, vestita a strati, come se dovessi andare a scalare l’Everest. Giulia, invece, è impeccabile, elegante nella sua semplicità, camicia bianca sotto un cappottino nero, dettaglio che tornerà verso la fine della nostra intervista 🙂
Matcha alla mano, ça va sans dire!, ci mettiamo a chiacchierare del più e del meno. Io e Giulia c’eravamo conosciute durante un mio tour a Fort Greene, ma non avevamo avuto modo di parlare molto quel giorno. Così lei comincia a raccontarmi della sua vita in giro per il mondo, a partire dagli anni trascorsi all’estero, non soltanto a New York, ma anche in Connecticut e in Nuova Zelanda.
Tra le cose che mi dice, mi colpisce particolarmente la risposta che mi dà alla domanda “c’è un posto dove ti rifugi quando la frenesia di questa città ti fa mancare l’aria?”.
Giulia mi racconta che quando Manhattan per lei diventa “troppo”, appena sveglia, verso le 7:00 circa, esce di casa e va a camminare su Madison Avenue. È una strategia che le permette di sentirsi in sintonia con la città, di averla tutta per sé per un po’, quando le serrande sono abbassate e i negozi ancora chiusi.
Riconosco queste sensazioni. Ai turisti che hanno la possibilità di esplorare questa città solo per pochi giorni direi, come primo consiglio, di svegliarsi presto. Camminare per le strade di New York quando ancora non si respira la frenesia, l’ansia di arrivare tardi, di fare, di realizzare, quel fastidio continuo di code e di rumori frastornanti è un’esperienza preziosa.
La Madison Avenue di Giulia per me diventa, per vicinanza, Soho, il West Village e l’High Line. Per questo, il leitmotiv delle foto che accompagnano questo articolo è New York quando ancora tutto (semi)tace. E, siccome le ho scattate io, ritraggono posti non lontani da casa mia.
Enjoy!

- Ciao Giulia. Da quanti anni sei arrivata a New York?
Sono arrivata a New York 7 anni fa, dopo averne passati 6 in Connecticut e aver vissuto in Nuova Zelanda.
- Tu vivi nell’Upper East Side. C’è un posto dove ti rifugi quando la frenesia di questa città ti fa mancare l’aria?
Pensa, all’inizio, i primi anni che vivevo a New York, quando arrivavo qui cominciavo a respirare. Mi sentivo libera, a casa.
Ultimamente invece non è più esattamente così. Credo che il Covid abbia cambiato tantissimo la città e non solo lei, ma anche me. Ho avuto modo di fermarmi e pensare, e ultimamente ho cominciato a sentire che l’energia di questa città può essere talvolta un pò troppo pesante. Quando ne sento il bisogno, cerco di prendere un aereo per tornare in Italia, dai miei genitori e dai miei amici, dove sento di non dover dimostrare niente a nessuno.
Ma ovviamente non posso sempre partire e andare via. Quindi l’altra cosa che faccio per sentirmi in pace con me stessa è camminare su Madison Avenue la mattina verso le 7:00/7:30, dalla 59esima alla 90esima. Con qualsiasi temperatura. Ho cominciato proprio durante il Covid, quando era tutto chiuso, e mi è piaciuta questa sensazione di calma e serenità, che mi fa sentire connessa con la città.
- Se dovessi definirla in poche parole, cos’è New York per te?
Per me New York è prima di tutto casa. Se c’è una cosa che ho sempre voluto, sin dagli anni del liceo, è vivere qui. E per casi strani, neanche programmati, ce l’ho fatta!

- Quanto ti senti fortunata a vivere qui?
Non mi sento per niente fortunata a vivere qui. Non è fortuna, ma tanto coraggio. Sono arrivata da sola, senza raccomandazioni e senza l’aiuto di nessuno: questa esperienza di vita me la sono conquistata con tanta fatica.
- Quanto ti manca l’Italia e cosa ti manca dell’Italia?
Quello di cui sento più nostalgia sono le persone che ho in Italia, gli affetti. Mi manca anche l’idea della comunità che noi italiani abbiamo: più sto qui e più mi rendo conto che New York è una città individualista, spinta verso il consumo, i soldi e il successo. E poi, va beh, a New York bisogna sempre programmare tutto, incastrando ogni secondo libero. A Brescia invece mi capita di improvvisare, citofonare a un’amica e passare una bella serata insieme.

- Da qui a X anni dove ti vedi?
Tra tanti anni, ma tra tanti tanti anni, mi vedo nel verde, in una casa in campagna con una limonaia. Magari, chissà, in Nuova Zelanda, che è un paradiso per quel che riguarda la natura e l’equilibrio tra lavoro e vita privata.
- Tu vivi nell’Upper East Side. Dove vivresti a New York se potessi scegliere?
Credo vivrei nel West Village o a Tribeca, che sono zone meno schematiche rispetto all’Upper East Side, anche a livello geografico, proprio per come sono strutturate le vie. Quindi mi piace l’idea di girare e di potermi perdere. Anche se poi sto vedendo che l’Upper East Side ultimamente sta cambiando tantissimo. Prima lo trovavo molto più noioso, invece cominciano a spuntare ristoranti e negozietti interessanti.
- Dove non vivresti a Manhattan?
Non so dirti, forse eviterei solo Times Square, Penn Station, Port Authority, ma sono ancora molto aperta a esplorare questa città ovunque il destino mi porti.
- Quando sei qui cerchi prodotti italiani? Se sì, dove e perché?
No, perché ho lavorato tanti anni per un’azienda americana che importava prodotti da tutto il mondo, anche dall’Italia. Adesso che ci penso, forse i miei amici mi invitavano a cena proprio per quello 🙂

- Frequenti italiani sì/no e perché? Come ti sei creata il tuo circolo sociale?
Non necessariamente. Ho amiche che sono diventate un punto fisso e un carissimo amico italiano che ho conosciuto qui e oggi è come se fosse famiglia per me. La peculiarità e la difficoltà di New York è che è una città di passaggio, ma ho notato che tutte le persone che sono andate mi hanno lasciato in qualche modo in eredità nuovi amici e ho continuato a creare nuovi circoli sociali.
- Torniamo a parlare di New York. Un posto che ti piace particolarmente?
Madison Avenue quando i negozi sono chiusi.
Central Park. L’East River, dove mi sento rigenerata dalla vicinanza con l’acqua.
Amo i ristoranti etnici in generale e tra tutti Odo, dove mi piace sedere al bancone del bar prima di entrare al ristorante. Ecco, al bancone: per me un’esperienza da fare a NY è sedersi al bancone!
- E fuori città?
Mi piace andare in Pennsylvania, dove ho delle care amiche che vado a trovare. E in particolare New Hope è molto carina e caratteristica, con negozi interessanti e gallerie d’arte, un po’ l’equivalente di Hudson ma in un altro stato.

- Torniamo a uno dei motivi che mi hanno spinta a scrivere questo blog, cosa ne pensi tu degli stereotipi sugli italiani?
Ecco, su questo sono stata fortunata, perché le circostanze della vita, l’ambiente in cui sono cresciuta, mi hanno aiutata ad arrivare a New York con una laurea e un’esperienza di lavoro all’estero. Non mi sono mai sentita vittima di stereotipi.
- Parliamo invece degli italiani che arrivano qui per turismo. Dei tuoi amici vengono a New York per pochi giorni: che consigli gli daresti?
Gli consiglierei di andare a vedere New York dall’alto e il mio osservatorio preferito è One Vanderbilt. Poi di fare una passeggiata sul fiume, East o Hudson River. Un giretto a Nolita, a Elizabeth Street e a Times Square, che almeno una volta nella vita va vista, soprattutto di sera. Dovessi scegliere un museo per me sarebbe il Met, lo trovo eccezionale.
- Un quartiere che non conosci ancora bene?
Harlem.

- Hai un/a New Yorker di riferimento?
Sarah Jessica Parker è la prima newyorker che mi viene in mente se penso a Sex and The City.
- Ti senti una New Yorker quando?
Quando mi metto il cappotto anche se si gela (eccoci qui!). Quando mi vesto da lavoro e vado a piedi a qualche appuntamento. Quando vado a fare yoga nel weekend. Quando mi siedo col mio migliore amico al bancone di un bar o di un ristorante a bere un drink e a raccontarci della nostra settimana.
Grazie Giulia!




