“Preferisco i margini di Brooklyn a tutti i possibili centri di Manhattan”, scrive Paolo Cognetti nel suo bellissimo libro Tutte le mie preghiere guardano verso Ovest, lettura imprescindibile per gli amanti di questa città. Io credo di pensarla come lui, anche se Brooklyn è immensa, stratificata, e non proprio tutti i suoi margini mi appartengono.
Brooklyn per me è sinonimo di rifugio, scappatoia e respiro. Quando Manhattan diventa “troppo”, se gli impegni me lo permettono, attraverso l’East River in bicicletta, scegliendo di volta in volta su quale dei tre famosi ponti pedalare. Appena arrivata sull’altra sponda so già che tutto comincerà a parlarmi con una voce più calma, più umana.
La mia passeggiata con Paola per le vie di Windsor Terrace ha avuto proprio questo sapore: quello della lentezza e dei tanti piccoli dettagli che non gridano, ma che restano. Una casa con il portico e la bandiera americana, fiori e foglie dei giardini sotto gli stoop, piccoli negozi di quartiere e una natura che è quasi selvaggia, quella di Prospect Park, un parco che non sembra appartenere a una metropoli.
Prima di lasciarvi a questa intervista, prendo ancora in prestito una frase di Cognetti, parafrasandola un po’: continuo a stupirmi di come ogni volta New York sappia raccontare una storia diversa. Buona lettura!

14 anni a New York
- Ciao Paola. Da quanti anni sei arrivata a New York?
Sono arrivata quattordici anni fa, per il lavoro di mio marito. Saremmo dovuti restare solo un anno, ma siamo ancora qui. Forse proprio per questo per molto tempo mi sono sentita “di passaggio”, mentre le mie due figlie crescevano e cominciavano a chiamare casa un posto che per me ancora non lo era.
- Tu vivi a Windsor Terrace. C’è un posto dove ti rifugi quando la frenesia di questa città ti fa mancare l’aria?
Sì, spesso mi capita di sentirmi schiacciata dall’energia di New York al punto da chiedermi se questo sia davvero il mio posto nel mondo. Quando ho bisogno di pace cerco la natura. Abitiamo vicino a Prospect Park, e quello è il mio rifugio: un luogo dove, a differenza di Central Park – i palazzi scompaiono e la città rimane fuori, lontana. È terapeutico.
Anche l’acqua mi aiuta tantissimo. Red Hook è uno dei posti dove mi sento bene: guardo New York da lontano, la Statua della Libertà davanti a me, e mi sento orgogliosa di essere qui. Lì non si sente il rumore della città, ma l’odore salmastro del mare, e per un attimo tutto si quieta.
E poi c’è il mare “vero”: Rockaway Beach e Jacob Riis Park.
- Se dovessi definirla in poche parole, cos’è New York per te?
Croce e delizia. Una seconda casa, una seconda possibilità che la vita mi ha dato. Ma anche una città che mi spinge continuamente a chiedermi dove voglio stare, dove voglio invecchiare. A farmi domande, perché New York è difficile da vivere, ma altrettanto difficile da lasciare: ti toglie tanto, ma ti dà tanto.
- Quanto ti senti fortunata a vivere qui?
Mi sento molto fortunata, perché avere la possibilità di vivere un’altra realtà, diversa da quella in cui siamo nati, per me è un privilegio. Stare lontana da Roma ha cambiato la mia prospettiva sul mondo e anche sull’Italia.

Il legame con l’Italia
- Quanto ti manca l’Italia e cosa ti manca dell’Italia?
Nei primi anni, il primo, soprattutto, ero in luna di miele con New York. Poi, con il tempo, ho iniziato a vedere anche i difetti di questa città.
Oggi l’Italia mi manca, ma di una nostalgia diversa rispetto a prima perché col tempo tante cose sono cambiate e molte persone lontane, che per me erano punti di riferimento, oggi non ci sono più.
- Da qui a X anni dove ti vedi?
Un po’ in Europa, un po’ in Italia e un po’ qui. Mi dispiacerebbe lasciare del tutto New York, che ormai è casa. Dipenderà da dove saranno le persone importanti della mia vita.
- Quando sei qui cerchi prodotti italiani? Se sì, dove e perché?
Sì, sempre. Ci sono cose su cui non riesco a scendere a compromessi, come l’olio e il parmigiano. Vado da United Meat Market, il macellaio del mio quartiere.
- Frequenti italiani sì/no e perché? Come ti sei creata il tuo circolo sociale?
Nei primi anni non frequentavo molti italiani, perché volevo integrarmi in fretta e, inoltre, mio marito è australiano. Durante il Covid, invece, ho iniziato a sentire il bisogno di una comunità di persone con cui poter parlare la mia lingua — non solo quella fatta di parole. Ho avuto la fortuna di trovarla proprio qui, nel mio quartiere, e da allora sono nate amicizie solide e importanti.
Come punto di riferimento culturale, invece, vorrei segnalare Salotto, a Williamsburg: un “laboratorio” fondato da creativi italiani che, tra le altre cose, ospita eventi di altissimo livello in uno spazio in cui davvero ci si sente a casa.
- Torniamo a uno dei motivi che mi hanno spinta a scrivere questo blog, cosa ne pensi tu degli stereotipi sugli italiani?
Personalmente non ne sono mai stata vittima. Però ricordo bene che, soprattutto nei primi anni in cui ero qui, quando dicevo di essere italiana mi capitava ogni tanto di sentire battute o commenti su Berlusconi. Oggi invece mi sembra che la percezione sia cambiata: certi stereotipi si sono attenuati e mi pare ci sia molta più fascinazione per l’Italia e per gli italiani.

Paola e Windsor Terrace.
- Tu vivi ad Windsor Terrace. Dove vivresti a New York se potessi scegliere?
Mi piace stare a Brooklyn, amo sia Windsor Terrace che Brooklyn Heights. Ma mi incuriosirebbe anche provare l’esperienza di vivere a Manhattan: nel West Village, vicino all’acqua, o nell’Upper West Side, vicino al parco.
- Dove non vivresti a New York?
Midtown.
- Un posto a New York che ti piace particolarmente?
Mi piace perdermi per Prospect Park o camminare lungo l’East River, passando per Red Hook, Brooklyn Height e Dumbo. Il Met, tra tutti i musei di New York, per me è una fonte di ispirazione infinita. E poi adoro le librerie, tra le tante in particolare Three Lives, Rizzoli, McNally Jackson e Terrace Books.
- E fuori città?
Montauk mi piace molto perché è selvaggia, si percepisce ancora la presenza della gente del posto, che la vive e ci abita, e l’atmosfera è molto meno patinata rispetto al resto degli Hamptons. Cold Spring, invece, è il mio posto preferito Upstate. E lì c’è anche Magazzino.
- Un quartiere che non conosci ancora bene?
Harlem, il Bronx e il Queens.

Consigli per turisti
- Parliamo invece degli italiani che arrivano qui per turismo. Dei tuoi amici vengono a New York per pochi giorni: che consigli gli daresti?
Gli direi di fare una passeggiata da Dumbo a Boreum Hill, passando per Brooklyn Heights.
A Manhattan invece gli consiglierei di esplorare la zona del Financial District, dove trovo che sia più facile immaginare la New York del passato. Di non perdersi il West Village, Central Park e l’High Line, che, essendo un parco soprelevato, offre un’altra prospettiva della città.
Di fare tutto il più possibile a piedi e di prendere il ferry, quello che va a Staten Island o uno qualsiasi sull’East River.

New Yorker
- Hai un/a New Yorker di riferimento?
I ragazzi di Saranno Famosi, che sono riusciti ad aprire una finestra su qualcosa di così distante dalla realtà in cui vivevo in Italia negli anni ’80, hanno lasciato un segno per me. E poi tanti altri nomi: Patti Smith, Bob Dylan, Woody Allen e le protagoniste di Sex and The City.
- Ti senti una New Yorker quando?
Mi sento una New Yorker quando mi rendo conto di capire bene questa città, perché dopo tutti questi anni ho imparato a conoscerla e so cosa evitare e cosa dovrei sfruttare.
Grazie ancora Paola!



